LICENZIATO DOPO UNA LITE COL DATORE DI LAVORO: COME DIFENDERSI?

Litigare con il datore di lavoro o con un proprio superiore gerarchico, può determinare il licenziamento disciplinare del dipendente?

In questi casi il licenziamento non è automatico, ma dipende dal superamento di determinati limiti: ad esempio se il diverbio si trasforma in un’insubordinazione grave, come il rifiuto ad eseguire una direttiva legittima che rientra nelle mansioni contrattualmente previste o in un’offesa grave o addirittura in un atto di violenza fisica, allora potrà risultare legittima e proporzionata la sanzione del licenziamento.

Se invece si tratta di una discussione civile, che si limita ad un litigio solo verbale, seppur acceso, o ad una reazione emotiva forte ma comunque non violenta, il licenziamento risulterebbe sproporzionato e potrebbe essere impugnato dal lavoratore.

Come per ogni licenziamento per giusta causa, occorre valutare se sia stato leso in modo definitivo il rapporto di fiducia che deve connotare il rapporto di lavoro, secondo i canoni della diligenza e della buone fede.

Un caso concreto

La Cassazione ha ritenuto legittimo e quindi ha confermato il licenziamento di una psicologa, dipendente dell’Associazione Italiana Assistenza Spastici, che aveva definito il suo superiore “leccaculo”, aggravato dal fatto di aver utilizzato questa espressione in presenza di un’altra dipendente e di aver conseguentemente rifiutato di svolgere le direttive impartite.

Prima la Corte d’Appello di Catania, poi la Corte di Cassazione, alla luce del contesto e della successiva insubordinazione, hanno considerato questo insulto “volgare e plateale”, manifestazione di un atteggiamento sfidante e di disprezzo verso l’autorità, tale da legittimare la massima sanzione del licenziamento.

Conclusioni

Bisogna quindi valutare tutti gli aspetti del caso specifico e le prove a disposizione: aspetto quest’ultimo abbastanza complesso per il lavoratore, in quanto solitamente la dimostrazione delle proprie ragioni dipende esclusivamente dalle testimonianze dei colleghi, talvolta restii a rendere dichiarazioni contro gli interessi del proprio datore di lavoro.

In conclusione, non basta un semplice alterco per giungere al licenziamento.

Aldilà di casi particolarmente eclatanti, al datore di lavoro potrebbe quindi convenire fare un respiro profondo e tutt’al più applicare una sanzione meno grave, come la multa o la sospensione, per non rischiare di avventurarsi in una lunga e costosa vertenza in Tribunale che potrebbe vederlo soccombente qualora non riesca a fornire la prova della gravità del comportamento che a suo avviso giustificherebbe il licenziamento.

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